Una Rock Star

Talentuoso, istrionico,
amante degli eccessi, sempre lontano dalle convenzioni.
In due parole

Niccolò Paganini

I Prodotti che abbiamo dedicato al maestro

Una vera Rock Star

Non è stato soltanto uno dei più grandi violinisti mai esistiti, è stato anche un personaggio che per i suoi caratteri di genio e sregolatezza perfino ai giorni nostri risulterebbe stravagante, figurarsi cosa pensavano di lui i suoi contemporanei nel lontano Ottocento.
Aveva i capelli lunghi e scarmigliati, gli mancavano dei denti, l’imponente naso aquilino spiccava sul viso pallido e ossuto. Magrissimo e cupo, esaltava questi caratteri vestendosi sempre di nero e portando occhiali dalle lenti blu, perché sapeva che parte della sua fama era dovuta all’aura di mistero che lo circondava. Non sbagliano, dunque, quelli che lo considerano l’“inventore del divismo”, la prima star musicale a curare in modo maniacale la propria immagine. Gli uomini si acconciavano i capelli à la Paganini, si preparavano dolci con il suo nome, a Vienna la banconota da 5 fiorini veniva chiamata Paganinerl, il cognome Paganini veniva usato come sostantivo per definire qualunque virtuoso.
Le sue magistrali esecuzioni incantarono i colleghi dell’epoca: «Ho sentito cantare un angelo», disse Franz Schubert, senza dimenticare il lusinghiero commento di Gioacchino Rossini: «Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare Paganini».

In tempi relativamente recenti si è scoperto che le sue straordinarie capacità artistiche vennero probabilmente “esaltate” da una rara malattia, la sindrome di Marfan. Le descrizioni di Paganini riferiscono di braccia lunghissime, mani con lunghe dita affusolate e piedi sproporzionati che muoveva al ritmo della musica, contorcendo l’esile corpo in pose impossibili. Raggiunse livelli di virtuosismo incomparabili con un estenuante allenamento quotidiano, per rendere le dita flessibili ed elastiche.

Come poteva vivere un disabile nel XIX secolo, per di più geniale, dissoluto ed eccentrico? Vale la pena conoscere meglio de il “Jimi Hendrix del violino”, svelare la persona dietro il personaggio.

Vico Fosse del Colle (ora demolito) era un tipico tortuoso caruggio di Genova e lì, il 27 ottobre 1782, nacque Niccolò Paganini. Era il terzo di sei figli, figlio di Teresa Bocciardo e papà Antonio; il padre obbligava Niccolò ad esercitarsi con il violino, chiudendolo a chiave in una stanza anche per dodici ore consecutive perché studiasse. Iniziò ad esibirsi nelle chiese di Genova e un giorno, durante la messa, sostituì le melodie sacre con i versi degli animali, perfettamente riprodotti.
Nel 1796 papà Antonio lo portò a Parma per consolidarne la formazione di compositore dove una polmonite lo costrinse ad un periodo di riposo.

Riproduzione in cioccolata del violino di Paganini
Riproduzione in cioccolata del “Guarnieri del Gesù” di Paganini

Nel 1802, a vent’anni, l’incontro della vita, quello con il violino Guarnieri del Gesù, che lo accompagnò fino all’ultimo dei suoi giorni. Paganini lo chiamava “il mio cannone” per il suono robusto che produceva.

Si dice sia stato dono di un certo Livron, uomo d’affari che glielo regalò in occasione dell’inaugurazione del teatro di Livorno, a patto che da quel momento lo suonasse soltanto lui. Secondo una precisa disposizione testamentaria oggi possiamo ammirarlo in una sala di Palazzo Tursi, sede del Municipio.

Niccolò era anche l’artista nuovo che stupiva per gli atteggiamenti e la presenza scenica. La bravura era tale che presto si diffusero dicerie su un presunto patto con il diavolo per favorire il successo. Mentre Paganini era sul palco e quando durante un concerto a Vienna uno spettatore non vedente chiese in quanti stessero suonando, alla risposta «è uno solo», esclamò «allora è il diavolo!».

Pettegolezzi tipici del clima culturale di epoca romantica che tuttavia il diretto interessato non smentì, soddisfatto della popolarità che ne derivava, anche se con gli amici più intimi se ne rammaricava: «A dirti il vero mi rincresce che si propaghi l’opinione in tutte le classi ch’io abbia il diavolo addosso».
Complici la ricchezza e l’indole focosa, iniziò a frequentare compagnie poco raccomandabili, circondandosi di una corte di parassiti e dissipando fortune al tavolo da gioco. Era oggettivamente brutto, ma le donne non gli resistevano. «Non sono bello, ma quando mi ascoltano, le donne cadono tutte ai miei piedi», diceva a tal proposito lui stesso. Solo la tormentata relazione con la cantante Antonia Bianchi gli procurò una delle più grandi gioie della vita: il figlio Achille.

Ritratto di re Carlo Felice di SavoiaUn ritratto di re Carlo Felice di Savoia, cui Paganini negò il bis, pronunciando la celeberrima frase «Paganini non ripete», non per altezzosità, ma perché improvvisava e anche perché suonava con tale ardore da finire spesso stremato e con i polpastrelli sanguinanti

Malgrado la precarietà della salute, nel 1836 accettò l’incarico di riformare l’Orchestra Ducale di Parma, ma la sua visione troppo avanzata per i suoi tempi portò la missione al fallimento.

Nei suoi ultimi anni diventò completamente afono e, come Beethoven prima di lui, fu costretto a comunicare con il mondo per iscritto. Per ironia del destino, proprio in quegli anni anche la “voce” del suo amato “cannone”, che considerava un prolungamento di se stesso, si fece più flebile.

Morì a Nizza il 27 maggio 1840, a 58 anni. Da sempre inviso alla Chiesa per le intemperanze e gli scandali, malgrado non fosse ateo, gli vennero negati i funerali e la sepoltura in terra consacrata. Il corpo finì così nel Lazzaretto di Villefranche-sur-Mer, venne poi imbalsamato ed esibito a pagamento in un macabro tour. Furono gli amici di Gaione a strapparlo da questo triste destino e a volerlo seppellire nel paese, accanto a loro. Dal 1876 riposa in un tempietto neoclassico nel Cimitero della Villetta, a Parma. Sulla tomba è incisa un’aquila che vola verso l’alto stringendo un violino con il becco.

Niccolò Paganini era un uomo dalle tante anime, un genio non scontato dotato di un’intelligenza vivace che lo poneva più avanti rispetto al suo secolo. Fu una persona con disabilità, venne giudicato privo di ogni capacità manuale. Lui non si arrese alla sua condizione e lottò per affermarsi, sublimando la malattia in musica.

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